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Vignaioli Piemontesi. Ricagno: «Su gli impianti di moscato. Giù i prezzi dell’uva brachetto»

Aumentare di mille ettari il vigneto moscato sbloccando gli impianti nella zona classica in modo da esaudire le richieste del mercato e abbassare il costo delle uve brachetto per rilanciarne le vendite. È questa, in sintesi la “ricetta” di Vignaioli Piemontesi per governare la politica agricola che riguarda le filiere di moscato e brachetto da cui si ottengono vini docg (Asti, Moscato d’Asti e Brachetto docg) strategici per la viticoltura piemontese e italiana.

Se ne è parlato ad un incontro con i media organizzato dalla Vignaioli Piemontesi, la grande associazione che raccoglie viticoltori e cantine sociali. Al ristorante Genere Neuv di Asti Paolo Ricagno, presidente della Cantina Sociale Vecchia Alice e Sessame, responsabile della sezione “Asti e Acqui” della Vp e anche presidente dei Consorzi dell’Asti e del Brachetto; e Gianluigi Biestro, direttore generale di Vp, hanno spiegato come moscato e brachetto dovrebbero affrontare le prossime sfide di mercato.

«La moscatomania esiste e non accenna a diminuire – ha detto Ricagno -. Nel mondo si stanno consumando due miliardi di litri di moscato. Negli Usa il fenomeno è riscontrato anche dai media americani. A seguito di questo boom Asti e Moscato docg hanno venduto oltre 107 milioni di bottiglie, tuttavia molte regioni italiane e aree viticole mondiali si stanno attrezzando piantando ettari di moscato.  Che cosa intende fare il Piemonte che ha il moscato più buono del mondo? Stare a guardare o rispondere alle richieste di mercato e aumentare la produzione?. Noi – ha dichiarato – ne abbiamo parlato in queste settimane con i contadini, nelle zone interessate dell’Acquese e della Langa astigiana. Ci hanno detto che vogliono produrre di più e guadagnare di più»

Di qui la necessità, per Vp, di aumentare almeno del 10% il vigneto piemontese moscato, circa 9700 suddivisi tra le province di Asti, Alessandria e Cuneo; tenere ferme le matricole agricole (cioè il numero dei produttori), aumentare il reddito dei viticoltori (un ettaro di moscato oggi rende più o meno 12 mila euro) e dare così alle aziende spumantiere la materia prima necessaria per competere a livello internazionale e cavalcare la moscatomania imperante.

Ma c’è anche la necessità di rinnovare le viti di moscato che in media oggi hanno tra i 25 e 30 anni, «Il massimo di età vegetativa oltre il quale non si dovrebbe andare proprio per tutelare la qualità» ha osservato Ricagno. Dunque più uva, più prodotto, mantenendo la qualità, «prima che i nostri competitori italiani e stranieri ci scippino fette di mercato» ha avvertito l’esponente di Vp.

Sulla stessa lunghezza d’onda il direttore Biestro: «agricoltori del moscato e cantine sociali hanno bisogno di avere più spazio di azione. Lo sblocco degli impianti sarebbe una buona mossa anche perché se nel 2011 le aziende piemontesi hanno messo a dimora 4 milioni di barbatelle di moscato, quelle dell’Oltrepo Pavese, quindi molto vicine a noi, ne hanno acquistare più di 2 milioni, segno di un’attenzione che dobbiamo tenere in considerazione».

Per il Brachetto il discorso è diverso, ma parte sempre dalla necessità di governare la politica agricola. «Siamo ad una fase di stallo – ha ammesso Ricagno -. Nel 2011 il rosso dolce docg che si produce tra Acquese e Astigiano ha venduto 5,5 milioni di pezzi, stabile rispetto all’anno prima. ma è una condizione che fa temere. La crisi economica, quella della Gdo e del consumi sta penalizzado il Brachetto che viene venduto a prezzi giudicati troppo alti. Ora, dopo anni di prezzi delle uve in ascesa (14 euro al miriagrammo) è venuto il momento di invertire la rotta. Le uve brachetto devono costare di meno, le rese/ettaro (45 quintali) devono aumentare. Come? Beh questo è da discutere con le industrie e come per il moscato io auspico l’unità d’intenti della parte agricola e sintonia con la parte industriale per il bene della filiera»

Belle parole, ma si sa che il mondo del vino piemontese non ha mai trovato un progetto comune ma ha sempre operato, tranne rari e sporadici esempi, a compartimenti stagni: barolisti e barbareschiani da una parte combattuti tra complesso di primi della classe e faide interne; moscatisti dall’altra, ancora inconsapevoli di avere per le mani una risorsa da sfruttare e persi tra liti e ripicche da condominio; barberisti fino a ieri in crisi di nervi e ora un po’ più calmi ma sempre sul chi vive ancora immobili in un mondo che corre; e il resto che si arrabatta tra dolcetti e passiti, vini di nicchia e di ghiaccio, alte langhe e aromatizzati.  E spiace. Spiace che la regione più vinicola d’Italia non salga in cattedra, riconquisti l’orgoglio dei primi, di quelli che, solo pochi decenni fa, facevano dire ad una réclame di vini “arrivano i piemontesi!”.

Filippo Larganà (filippo.largana@libero.it)

Intervista a Paolo Ricagno

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  1. Grazie Filippo per il ben tornata che mi coglie un pò alla sprovvista visto che sono consapevole di saper essere spesso fastidiosa e petulante con le mie litanie.
    E sì, la mia entrée è stata probabilmente grossolana ma mi infastidisce constatare come l’abitudine, tutta italiana, di discutere delle più svariate tematiche a tavola invece che in ambienti più formali sia ancora ben consolidata, niente d’importante quindi.
    Permettimi un inciso. Le cantine sociali non fanno testo, rappresentano una realtà a parte. Si trovano in una posizione scomoda dovendo da un lato proteggere gli interessi dei soci vignaioli mentre dall’altro si trovano a dover adottare le stesse strategie di una realtà industriale per non venir tagliate fuori dal mercato. Devono fare numeri per ammortizzare i costi e realizzare utile. E’ quindi ovvio aspettarsi che nella discussione in oggetto propongano l’aumento degli impianti. Conosco abbastanza bene questa realtà perchè sono socio conferente di una cantina sociale e seguendo un pò le cose risulta tangibile che certe scelte sono obbligate.
    Aborro l’abidudine a citare sempre ad esempio quelli dello…Champagne, però questa volta ci casco anch’io. Se non sbaglio (le mie letture in proposito sono datate) producono volumi simili ai nostri se non più alti, a prezzi/uva decisamente vantaggiosi. Eppure gli imitatori non mancano neppure nel loro caso e nemmeno l’agri-pirateria.
    Aumentare i volumi è una scelta delicata e qui la si sta proponendo, a mio avviso con una superficialità spaventosa, sulle basi effimere di un anno di euforia…non corriamo troppo?

  2. @Filippo. Ti garantisco che per i 350 ettari che Valoritalia ha tolto sono tutti d’accordo a ripristinarli, compreso l’Assessore Sacchetto (l’ha detto l’8 dicembre 2010 o il 31.gennaio 2011 nel salone del centro sociale a Santo Stefano Belbo, c’eri anche Tu). La discussione è in atto sulla differenza tra i 350 ettari e i 1000 proposti. Purtroppo si usa la grande richiesta di moscato come scusa, come se la moscatomania fosse qualcosa nata in questi ultimi due anni. La moscatomania è in atto da vent’anni, erano le nostre indistrie e il consorzio che non se sono mai accorti, perchè hanno sempre puntato sull’Asti spumante.La verità sta purtroppo da un’altra parte.
    Contadina verace l’ha accennato. Vi è una parte di contadini che ormai hanno tutti i vigneti a moscato (cuneese in particolare), mentre ci sono zone che volentieri sostituirebbero i vigneti di barbera, di brachetto, di chardonnay con i vigneti di moscato, A quest’ultimi non interessa se il prezzo delle uve moscato diminuisce . Incasserebbero sempre di più di quello che incassano ora con il brachetto, la barbera o il chardonnay.Le associazioni di categoria sono combattute tra le due anime. I sindacati invece i nuovi impianti piacciono: sono nuove pratiche…………

    Buon Moscato d’Asti
    giovanni bosco

  3. Esprimo solo un concetto, dedicato un pò a tutti quelli che sono intervenuti: gli industriali dovrebbero andare di più nei sorì ( e anche qualche delegato di organizzazione…), ma il mondo contadino tanto legato all’universo (politico e di potere…null’altro!!!!!)della”produttori moscato”, dovrebbe ogni tanto uscire dai sorì e vedere un pò come funziona il mondo, rendersi conto di come le cose stanno cambiando e come bisogna darsi un andi se si vuole sopravvivere!!! la soluzione era lì, proprio alle porte, una sottozona Canelli prediligendo solo vigneti eroici, con cui andare a portare in giro per il mondo il nome del miglior moscato e ciò avrebbe accontentato i piccoli produttori e le aziedne agricole sorì-dipendenti, mentre si potevano aumentare le rese nelle restanti zone così da poter far pressing contro i moscati di massa e far felice un pò tutta la filiera. Ma cosa si è fato invece (sempre dovuto al tipico mondo contadino che pensa solo al proprio orticello)? Facciamo la zona Canelli maaaa, di ben 23 comuni, cioè il 50% di tutta la superficie!!!!!! sarà un buco nell’acqua tremendo e ciò che mi rammarica di più è che rappresenta un’altra occasione mancata per tirar sù la testa e non far sempre la figura dei cog… in giro per il mondo!!!!

  4. Due dati per la discussione : 1971- 1980 ettari a moscato 5.000,prezzo medio dell’uva moscato (dati Bosticco) rivalutati ad oggi euro 15,81 al miriagrammo.. 1981-1990 ettari a moscato 7.000, prezzo medio dell’uva moscato rivalutati ad oggi euro 12,13.. 1991-2010 ettari moscato 10.000 prezzo medio dell’uva moscato rivalutati ad oggi euro 10,00 sempre al miriagrammo..
    1953 prezzo di una bottiglia di Asti Spumante franco partenza stabilimento lire 400, pari ad euro 6 di oggi. 2012 prezzo di una bottiglia di Asti spumante venduta al supermercato euro 3.
    Moscato: più ne tiri sù (vigneti) più ti butta giù (prezzo).
    Tutto il resto è discutibile.

    Buon Moscato d’Asti

  5. @Pier, grazie dell’intervento per i resto mah, voglio sperare che se sblocco ci sarà verrà fatto con tutte le garanzie del caso, proprio per impedire vigneto selvaggio che non credo (una mia opinione) sia l’intenzione di chi sta proponendo lo sblocco. Se poi lo sblocco non ci sarà amen… eppoi, Pier, cui nessuno “dà torto” a nessuno… il gioco dei torti e delle regioni lasciamole ai politici di professione… questo è un blog aperto dove si discute e possono (devono?) esserci opinioni diverse ma che hanno tutte diritto di cittadinanza. Mi pare si chiami… democrazia…

  6. @Contadina: prima di tutto bentornata a commentare questo blog… le tue parole, condivisibili o meno, sono sempre come una boccata d’aria fresca per questi maschietti che parlano e parlano… fatta ‘sta sviolinata (ma sincera…) ti muovo solo un appunto: al pranzo di lavoro della Vignaioli Piemontesi di politici non c’era neppure l’ombra, a meno che tu non intenda Paolo Ricagno, il quale tuttavia allo stato non mi risulta – ma sono aperto a eventuali correzioni – intestatario di qualche incarico politico né, come invece capita ad altri attori del settore agroalimentare, rappresenta qualche istituzione… sul resto possiamo discutere benissimo. Per esempio l’aumento degli impianti di moscato è perorato, oltre che da industriali, anche da cantine sociali che, fino a prova contraria, sono cooperative di vignaioli. E per favore smettiamola di scandalizzarci perché producono prosecco o altri vini non proprio del territorio. Se non avessero fatto così (come hanno fatto tante industrie) quanti posti di lavoro sarebbero andati persi? Poi, invece di chiudere porte e discorsi, io intavolerei un dibattito su come governare un eventuale sblocco degli impianti visto che è ufficiale che stanno piantando moscato a raffica in altre regioni italiane e in varie parti del mondo e non basta dire che il nostro moscato “è il più buono” per riuscire a venderne abbastanza per sostenere una filiera che non è fatta solo da piccole maison, ma soprattutto da grandi aziende e produttori che fanno volumi, cioè massa critica, cioè reddito, cioè… insomma avete capito… Dunque il busillis è: dobbiamo continuare a blindare il moscato (Asti e “tappo raso”) in nome di un “meglio poco e ben pagato”; o aggredire il mercato con un aumento di produzione per consolidare posizioni che altrimenti altri potrebbero scippare con moscati magari (magari!) meno buoni ma a prezzi più competitivi? E ancora: con questa crisi economica che deprime i consumi è il momento per aumentare il prezzo del moscato piemontese i cui vini (Asti e “tappo raso” hanno valenza alimentare non esattamente uguale al pane o al riso, tanto per citare due alimenti base di grand aree mondiali? Lo so, faccio troppe domande e non do risposte… ma io faccio il giornalista, non il politico o il presidente di cantina sociale o di consorzio o di associazione agricola o il vignaiolo (a parte quando vado a vendemmiare nella vigna di mio suocero e mio congnato)…

  7. Ah.. Certo, non tutti andranno a piantare moscato, ma sicuramente molti contadini che hanno la terra per piantare lo faranno, chi ha della barbera, brachetto, nocciole ecc.. sicuramente tanti cercheranno di convertire il vigneto e mettere un pò di moscato, sperando in un reddito più alto, ma la storia ci insegna che non è così..
    Non credo che con la crisi che c’è, piantando moscato noi produttori andremmo ad incassare di più…
    Anzi…Sicuramente faremo sempre gli stessi errori del passato, aumentare i volumi, stoccaggi, trattenute e cosi tutti ci sguazzano …tranne noi.
    E poi non credo che il vigneto dopo 25/30 anni sia così vecchio che non produca più.. Basta mantenerlo in forma e questo produce che è una meraviglia.
    E abbiamo le istituzioni, che dovrebbero fare il bene del territorio, e del prodotto.
    Quindi, come ho detto prima, se ci sono le garanzie per il comparto perchè no…

    Se c’è qualcuno che mi da torto, lo dica….

  8. Vedo che i ns cari politici del moscato non perdono occasione per banchettare in ogni occasione gli si presenti e meno male che il pacato Monti invita alla sobrietà! Va beh, indubbiamente qualche centinaia di euro al ristorante ricopre un’importanza trascurabile.
    Ma le analogie con il sistema politico italiano non finiscono qui e no perché a distanza di qualche mese siamo di nuovo qui a ribadire gli stessi concetti.
    Ognuno ha il suo modo di vedere le cose e per me il blocco degli impianti rappresenta l’unica, reale tutela da decisioni scellerate. Per rimuoverlo, parer mio, bisogna maturare ancora un pochino, tutti dal contadino egocentrico al politico facilone. Da troppo tempo Ricagno sceglie sempre la via più facile (il moscato va bene=aumentiamo la superficie) ma se vogliamo equilibrio nel tempo è ora che si prendano vie più ponderate poi, quando saremo pronti e avremo basi solide aumenteremo anche la superficie vitata. Indubbiamente ciò richiede maggior impegno intellettuale da parte dei nostri politicanti ma in fin dei conti per questo sono pagati.
    Dimenticate che il sistema moscato interessa una moltitudine di piccole aziende che non vinificano e ricordo che per esse non esistono nè valutazioni nè previsioni perché non possono fare altrimenti che subire decisioni prese da altri e per altri non intendo solo dai propri rappresentanti ma anche dai colleghi stessi. Inoltre, se conosco bene i miei polli, sono certa che rimuovere il blocco sarà un invito a nozze per i contadini che frutteranno ogni metro a loro disposizione anche quelle superfici che ad agosto presentano ancora qualche residuo di neve.
    Ma visto che nuovi impianti richiedono maggior forza lavoro chi sarà ad usufruirne? Quelli dei sorì? Già, i sorì che rendono solo se ti basta la tua sola forza lavoro perché se assumi personale ti mangi la vendemmia a priori. O saranno i vinificatori che già ora non mettono zampa nei propri vigneti o grande aziende viticoltrici della pianura che dati i minori costi già ora fanno largo uso di manodopera e sulla quantità ricavano le loro più che soddisfacenti entrate?
    Se sbloccano gli impianti IO non guadagherò di più perché già mi faccio in quattro per riuscire a gestire le vigne che ho e quindi non ho bisogno di più superficie ma ho bisogno di guadagnare di più per quella che ho! Questo perché cerco di lavorare in qualità passando tutta l’estate a sfogliare e infilare come una matta in modo da ottenere un prodotto reso sano da tanto lavoro atto a dare alla mia uva luce e aria. Così facendo, da anni ormai, non uso nemmeno un grammo di antibotritico ma per questo non verrò certo premiata.

  9. non entro nel merito se piantare più moscato sia un bene o un male, comunque rimuovere una misura radicale come il blocco degli impianti, di norma legata a uno scenario di crisi, non vuol dire in automatico che tutti debbano correre a piantare. Esiste una libertà e una responsabilità dell’imprenditore, che si assume un rischio di impresa, o no, sulla base delle sue valutazioni e previsioni. Sarebbe bene non dimenticare mai questo concetto elementare.

  10. Hai proprio ragione Filippo, “stare con i piedi per terra” perchè di stupidaggini se ne sentono anche troppe. Ricagno avrà le sue ragioni per dire certe cose , però poi se le cose vanno male …..che si fa?? Se si piantano le vigne siamo sicuri di portare a casa i soldi di adesso?????
    Qualcuno deve prendersi la responsabilità ad integrare il reddito qualora non ci fosse .. o sbaglio.
    Se paga lui.. non c’è problema.. devono però essere soldi suoi , non pubblici.
    Ci vogliono garanzie…. per adesso l’ unica garanzia che abbiamo noi contadini è Claudio Sacchetto..
    Saluti..

  11. @Giovanni: Vp ha presentato la sua posizione e l’ha comunicata con una conferenza stampa, altri stanno zitti e non possono aspettarsi che i media corrano dietro a loro solo per avere un contradditorio che interessa, appunto, solo a loro. Se Assomoscato, Coldiretti, Cia, Confagri hanno qulcosa da dire lo dicano, ai media, però, non al bar e in consessi istituzionali chiusi… Per quanto riguarda la divisioni della parte agricola: se si tratta di dibattito democratico okkei, se invece si trascende, si minaccia, si lanciano avvertimenti semi-mafiosi, beh allora non ci siamo proprio… poi, come sai, anche io sono straconvinto che il bene del mondo del moscato sia il dibattito… ma, attenzione, stiamo con i piedi ben piantati per terra come sanno fare i piemontesi…. oddio, che poi lo dica un giornalista “terùn” come me è il colmo… 😉

  12. Io credo che la forza del “mondo del moscato” stia proprio nelle varie discussioni che da sempre si fanno fra le varie anime della filiera. Parlare che il mondo del moscato è diviso senza valutare le motivazioni che sono all’origine delle discussioni è qualcosa di incompleto. Oggi abbiamo quattro associazioni di categoria che rappresentano i contadini del moscato riconosciute dall’Assessorato all’Agricoltura della Regione Piemonte e per questo “parte agricola” nella paritetica che ogni anno stabilisce prezzi e quantitativi delle uve.
    Produttori Moscato d’Asti Associati (Assomoscato presidente Giovanni Satragno)
    Vignaioli Piemontesi (rappresentante settore Moscato Paolo Ricagno)
    Moscatellum (presidente Paolo Saracco)
    Confagrimoscato (presidente Roberto Arione)
    La Vignaioli Piemontese propone l’aumento degli impianti vigneti, ma cosa dicono i rappresentanti delle altre tre Associazioni di categoria?
    Sarebbe interessante, per avere un quadro completo, sapere il loro pensiero.
    Noi del CTM, lunedì 5 Marzo alle ore 20,30 presso il Municipio di Santo Stefano Belbo, analizzeremo il fenomeno e valuteremo i prezzi delle uve moscato dal 1947 ad oggi in relazione all’aumento degli impianti dei vigneti.
    Chi ha voglia di farci compagnia è gradito ospite.
    giovanni bosco

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