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Unesco e vigne. La vera storia di come è nata la candidatura a Patrimonio dell’Umanità dei paesaggi vitivinicoli piemontesi

Questa è la storia vera, mondata da localismi, campanilismi, provincialismi, celodurismi, insomma da tutti gli “ismi” che fanno del Piemonte una regione tafazzista, dedita cioè al martellamento delle parti intime, del progetto di candidatura a patrimonio dell’Umanità dei paesaggi vitivinicoli piemontesi. Ne parliamo perché tra poche ore, tra oggi e lunedì prossimi per la precisione, a Doha, in Qatar, si riunisce la commissione di saggi dell’Unesco che dovranno valutare se accettare o mano le vigne piemontesi come 50° sito italiano patrimonio dell’Umanità.

Come è naturale ne stanno parlando tutti i media. Piemontesi e non. Per la verità ne stanno parlando un po’ tutti. Ma quello che noi di SdP abbiamo notato è che, al netto dei soliti saltatori sul carro del vincitore, quelli che per anni han gufato sul progetto e oggi che sembra quasi fatta danno grandi manate sulle spalle dicendo quello che non dovrebbero dire («l’avevo detto io!») a meno di beccarsi un vaffa, nessuno, ma proprio nessuno parla e scrive della vera storia del progetto. Magari facendo nomi e cognomi, quelli che non vengono fatti da nessuno. Men che meno da quelli che in queste ore sono in volo per Doha.

Dunque spazziamo subito via un equivoco: l’idea è nata nell’Astigiano, anzi nel Sud dell’Astigiano. A Canelli dove più di un secolo fa è nato il primo spumante d’Italia, oggi in mani russe; dove esiste ancora un florido polo di progettazione e costruzione di macchine enologiche vendute in tutto il mondo; dove marchi storici come Gancia, Riccadonna, Contratto sono passati di mano, lasciati andare da quelle famiglie che hanno fatto la storia dell’enologia europea e mondiale.

Ebbene passiamo ai nomi e cognomi. Le persone che per primi hanno avuto l’idea sono Sergio Bobbio e Oscar Bielli, due canellesi. Il primo dirigente dell’ufficio Manifestazione del Comune della città dello spumante, il secondo sindaco della stessa città. Li conosciamo bene entrambi. Bobbio una fucina inesauribile di idee tutte abili a valorizzare in territorio oggi piegato su sé stesso dal punto di vista culturale e turistico. Bielli un politico a volte troppo schietto per fare il politico, ma abbastanza per fare il sindaco. È lui Oscar Bielli, che racconta a SdP il primo vagito del progetto Unesco.

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L’ex sindaco canellese, Oscar Bielli in costume seicentesco dell’Assedio di Canelli, manifestazione storica che anima proprio in questi giorni la capitale dello spumante

«Era agosto del 2003 – ricorda – con Bobbio stavamo chiedendoci come si poteva realizzare una valorizzazione diversa del nostro territorio, della nostra città. Ci vennero in mente gli scrittori, gli intellettuali che raccontando questa terra hanno fatto la propria fortuna. Pavese, Fenoglio, Arpino, Monti, Lajolo, ma anche Paolo Conte, Giorgio Faletti… Però – racconta l’ex sindaco canellese – serviva un nuovo canale. Non le colline, non le vigne, non i borghi storici o i palazzi d’arte che sono comune denominatore di tutta Italia e ci avrebbero messo in competizione impossibile con realtà come la Toscana, l’Umbria, il Veneto, ma anche lo stesso Albese.  Ci venne in mente in un lampo improvviso il sistema industriale canellese che era nato dal vino: le Case spumantiere, le cantine scavate nel tufo, la vendemmia, le antiche macchine create per lavorare l’uva e fare il vino. Insomma un format completo, il format Canelli. E ci venne in mente una provocazione: candidare questo format a patrimonio dell’Umanità. Il giorno dopo convocammo i giornalisti e lì partì il sogno che si concretizzando in queste ore a Doha »

Convegno su "Viticoltura e industria nelle terre del Moscato: ricerche, studi, spunti di indagine" a Canelli, sabato 12 marzo 2011. Nella foto: Sergio Bobbio.
Sergio Bobbio, l’ex dirigente comunale con Bielli ideatore della candidatura Unesco

B&B non possono immaginare che da quell’embrione si svilupperà un progetto allargato che in queste ore sarà sotto la lente dei saggi Unesco a Doha. «Noi volevamo solo far parlare di noi, della nostra città, del nostro territorio» ammette Bielli.

L’idea, però, piace ai piani alti della Regione Piemonte, giunta Ghigo, che sposano in pieno quella “provocazione canellese” e invitano B&B a Parigi, dove il Piemonte si presenta all’Europa con testimonial dei cinque sensi: il produttore vinicolo Angelo Gaja per l’olfatto, il presidente di Slow Food Carlin Petrini per il gusto, Alberto Barbera del Museo Nazionale del Cinema per la vista, il pittore e scultore Ugo Nespolo per il tatto, e il musicista Giorgio Conte per l’udito. «Le Cattedrali sotterranee di Canelli – ricorda Bielli – furono inserite come il “sesto senso” del Piemonte. Nelle cantine, infatti, si sentono rumori, si ammirano architetture, si gustano vini, si possono toccare pietre millenarie e avvertire i profumi della storia dell’enologia italiana».

Così le cantine canellesi diventano i primo tassello di quello che sarà ed è il progetto Unesco, poi, su indicazione degli esperti, allargato ai paesaggi vitivinicoli piemontesi che comprendono le aree del Barolo, del Roero (anche se qualcuno sostiene che si tratta solo di una definizione virtuale tesa a avvalorare l’esistenza di questo territorio) e parte dell’Alessandrino.

Dopo quella prima uscita pubblica dell’iniziativa si interessa anche la Provincia di Asti, presidente un canellese, Roberto Marmo, con assessore una canellese, Annalisa Conti (oggi vicepresidente dell’associazione Candidatura Unesco e a Doha per assistere alla proclamazione). E proprio la Provincia di Asti sarà il primo ente pubblico, con la Regione, a stanziare fondi per il progetto.

«Ricordo ancora con emozione – dice Bielli – i tre elicotteri che atterrarono sul campo di calcio comunale con una delegazione di giornalisti stranieri in visita al sito canellese che si candidava a Patrimonio dell’Umanità. Una giornata storica»

Oggi di quella primogenitura ci sono tracce debolissime. Come testimoniano le cronache locali e non e non che danno spazio a chi, in questi anni, ha saputo “metterci il cappello”. Su tutti gli albesi che, dopo un primo periodo di disinteresse un po’ snob, hanno compreso il valore del progetto e lo hanno fatto proprio. Magari esagerando come chi che avrebbe voluto una candidatura esclusivamente albese.

Tuttavia, stupidaggini a parte, c’è da riconoscere che il forte coinvolgimento albese nel progetto – da cui è nata anche un’associazione (http://www.paesaggivitivinicoli.it/) il cui direttivo è così composto:  direttore ed ex presidente Roberto Cerrato (Provincia di Cuneo), presidente attuale Gianfranco Comaschi (Provincia di Alessandria), vicepresidente Annalisa Conti (Provincia di Asti) mentre il rappresentante regionale Cavallera con la nuova Giunta Chiamparino dovrà cambiare – è stato un bene proprio per lo sviluppo dell’idea che forse, lasciata nelle mani astigiane non avrebbe avuto il respiro ampio che sembra avere oggi.

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La foto dei componenti il direttivo dell’associazione Progetto Unesco che ci ha inviato Annalisa Conti dalla sala dell’albergo di Doha (Qatar) dove ci sarà la proclamazione di sito patrimonio dell’Umanità tutelato dall’Unesco per i paesaggi vitivinicoli del Piemonte. Da sinistra Cremaschi, Conti e Cerrato

 

Ancora Bielli: «Lo dicono con una battuta: gli astigiani stanno a gli albesi come gli italiani ai francesi. Siamo in ritardo. A mio modo di vedere la colpa dell’oblio che circonda la vera storia della candidatura Unesco è da ascriversi ad una gestione troppo politicizzata da parte della componente astigiana».

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In seconda fila da sinistra: Comaschi, Conti, Cerrato, Maurizio Marello, sindaco di Alba (assenti i primi cittadini di altre città simbolo della candidatura), e Mauro Carbone, direttore dell’Ente Alba, Bra, Langhe-Roero.

Ruggini, divisioni, invidie e dispetti hanno fatto il resto, aggiungiamo noi. Ma davvero tutto si riduce ad un dualismo (o trialismo) tra albesi, astigiani e alessandrini? Davvero un progetto così importante deve essere preda di esibizionismi campanilistici che potrebbero persino portare a considerare questo post come un’esercizio di localismo, quando, al contrario, vuole essere solo il riconoscimento ad una verità storica che viene puntualmente disattesa?

Il pericolo è reale visto che da più parti già arrivano inviti all’unione. «Nessuno prevarichi» è l’appello. Lo stesso Bielli conviene: «Sì, non devono esserci figli e figliastri. Il territorio è unico, anche come composizione. Inevitabile ci siano spinte territoriali, ma confido che si riesca a trovare sagge mediazioni».

E le opportunità? Saranno davvero così ricche come si dice oppure il riconoscimento Unesco sarà solo un bella ed inutile medaglia da appuntarsi sul petto? «Dipende tutto da noi – avverte l’ex sindaco canellese -. Se sapremo metterci intelletto, unione, collaborazione, fantasia, determinazione, lavoro e passione, allora si potrà andare lontano dando a queste terre nuove chanches. Come avevamo immaginato io e Sergio Bobbio».

Filippo Larganà (filippo.largana@libero.it)

 

 

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