Se fai una festa metti da parte tutto: rancori, invidie, recriminazioni e piccolezze varie, e cerchi di divertirti e di divertire. È quello che si è tentato di fare anche venerdì primo agosto 2014, nel cortile di quella che una volta era la bella scuola elementari di Canelli, la capitale italiana dello spumante.
Oggetto della festa: i paesaggi vitivinicoli piemontesi tra Astigiano, Cuneese e Alessandrino che da un mese sono stati dichiarati Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco. Siamo arrivati alla nomina dopo quelli del Tokaj ungherese, ma prima di quelli del Prosecco, del Chianti e del Brunello e perfino di quegli spocchiosi della Champagne che hanno presentato la candidatura cinque anni dopo la nostra.
Dunque Canelli. Ma perché Canelli? Perché, come noi di SdP abbiamo scritto per primi, tutto è nato qui. Da due menti: quella di Oscar Bielli, nel 2003 sindaco della città, e di Sergio Bobbio, allora dirigente comunale. Loro pensarono alle Cattedrali sotterranee, le cantine vinicole di Gancia, Coppo, Bosca e Contratto (ma ci sono ancora quelle di Riccadonna per ora dimenticate) scavate nella collina dove ancora riposano e maturano file di bottiglie di spumante. Bene da quel momento se n’è fatta di strada. Dalle cattedrali sotterranee si è arrivati ai paesaggi vitivinicoli del moscato, della barbera e del nebbiolo da Barolo e Barbaresco. Altri hanno preso il testimone e hanno fatto la corsa arrivando primi. Non male.

Ora però, come qualcuno che abbiamo intervistato ha ammesso, comincia il lavoro più difficile e duro: fare in modo che il riconoscimento Unesco non resti lettera morta ma viva nel quadro di un rilancio che c’è chi, a taccuini chiusi, già indica come l’ultima carta da giocare per questa parte di Sud Piemonte che vuole diventare la Borgogna d’Italia (pare che l’abbia detto il Governatore del Piemonte Sergio Chiamparino).
Come si diceva se fai una festa devi mettere da parte le cavolate. È stato così a Canelli? Più o meno. L’assenza di Carlin Petrini, il padre e padrone di Slow Food la cui partecipazione alla prima festa ufficiale dell’Unesco (sì perché ce ne sono state anche di non ufficiali o officiose) era stata annunciata da brochure e comunicati stampa, è stata attribuita rispettivamente a: un impegno improvviso (motivo ufficiale) o un corto circuito dell’organizzazione (motivo sussurrato da “malelingue”).
Assenti anche molti amministratori albesi, che a Doha c’erano, che avrebbero declinato l’invito a causa di altri impegni concomitanti, per le solite malelingue mal avrebbero sopportato la primogenitura voluta con caparbietà dai canellesi, che alla fin fine per gli albesi restano astigiani a tutti gli effetti, dove astigiani non pare proprio un complimento.
Sia come sia la festa c’è stata ed è stata apprezzata da tanta gente. A parte i soliti incontentabili criticoni che avrebbero voluto una vera festa di popolo con cantine aperte e assaggi gratuiti per tutti, compreso l’aperitivo offerto dai produttori canellesi di Moscato e nicesi di Barbera Nizza (un calice 2,5 euro). Infine un accenno al discorso dell’assessore regionale al Turismo, Antonella Parigi («Con quel cognome non avrebbe potuto far altro» la battutaccia fata da un bontempone) che ha invitato tutti a considerare la Regione Piemonte come cabina di regia dell’intero sito Unesco. Meno male, perché una regia ci vuole proprio.
Filippo Larganà (filippo.largana@libero.it)
Le interviste












Anche un pensiero riconoscente a chi ha coniato la definizione di “cattedrali sotterranee” non ci stava male. E dire che all’epoca l’autore fu sbertucciato in più occasioni: “Cattedrali sotterranee? Bum, pissa pì curt!”.