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Tarocchi. Arriva l’Asti fatto in Ucraina. Bene la promozione, ma serve anche la tutela. Nel mondo

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L’ultimo episodio di eno-taroccatura è stato denunciato sul web. Bottiglie di falso Asti che sarebbero prodotte e distribuite in Ucraina. Se la notizia fosse verificata varrebbe un’azione del Consorzio di Tutela e dei suoi legali. SdP l’ha denunciato più volte: le agroeccellenze piemontesi, oltre che italiane, sono copiate nel mondo e generano, attraverso l'”italian sounding”, un giro d’affari vorticoso e illegale. Di esempi ce ne sono a bizzeffe: dai formaggi ai vini, dai salumi alle salse, dai dolci ai liquori.

Gli strumenti per battere questa mala pratica diffusa, e non solo tra imprenditori stranieri senza scrupoli, ci sono. Basta attivarla. In prima fila ci sono i Consorzi di Tutela i quali, a dirla tutta, più che a tutelare negli ultimi tempi hanno pensato a promuovere marchi e prodotti, soprattutto all’estero. Ottima pratica, per carità, ma che deve essere affiancata, con uguale impegno e risorse, dalla tutela di brand comuni sui mercati italiano e stranieri. Altrimenti capita come in Ucraina dove un mercato, adiacente a quello russo, rischia di essere “inquinato” da prodotto che sembrano italiani ma non lo sono.

Recentemente il Consorzio del Barolo aveva avviato una campagna contro i wine-kit venduti online che riportavano denominazioni come Barolo. Una quarantina di siti hanno tolto questi prodotti dai propri listini web, ma almeno altrettanti sono ancora disponibili sula rete, segno evidente che non bastano azioni legali. Il Consorzio dell’Asti per anni ha battagliato sui mercati esteri per difendere la sua denominazione. Oggi sembra puntare più alla promozione. Nei karaoke cinesi. Ci sta. Ma non solo.

 

Bisogna passare al contrattacco. Magari avviando, più che operazioni di mera promozione pubblicitaria, vere azioni di tutorial eno-culturale (però, in caso di mercati stranieri per favore usiamo gente che parli inglese, o la lingua del posto, per bene) per insegnare a europei, americani, cinesi, asiatici, africani, abitanti dell’Oceania e magari pure a qualche italiano (ancora troppi gli errori-orrori a danno di vini piemontesi presenti nelle liste vini italiche) perché un Moscato d’Asti o un Asti docg, un Barolo o un Nebbiolo, una Barbera o un Dolcetto, sono diversi da vini fatti in altri Paesi e che dei prodotti piemontesi a dop scimmiottano solo il nome.

Anche questo si dovrebbe fare e i soldi ci sono. E lo si dovrebbe fare con una voce sola, non attraverso i rivoli di mille consorzi o, peggio, di quale superconsorzio. La Regione Piemonte, in questo senso, potrebbe fare molto. Riguadagnando quello che è il ruolo principe della politica: costruire strutture a servizio di tutti, favorire l’aggregazione di piccoli e grandi, senza figli e figliastri, mettendo per una volta da parte serbatoi di voti, campagne elettorali, simpatie e favoritismi. Sarebbe un segnale importante. Non solo a livello regionale.

Filippo Larganà (filippo.largana@libero.it)

 

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