Non c’è solo il fronte del “no” alla proposta di sbloccare gli impianti di moscato per soddisfare la richiesta di Asti e Moscato docg da parte dei mercati. Ci sono anche “sì”, con varie sfumature.
Ma prima conviene ricordare che la richiesta di sbloccare gli impianti di nuove barbatelle di moscato bianco da Asti e Moscato docg, avanzata qualche settimana fa dalla Vignaioli Piemontesi (ma anche dal Consorzio dell’Asti), associazione che raggruppa una buona fetta di vigneros e cantine sociali, non è piaciuta ad Assomoscato, grande coop con duemila iscritti, tra viticoltori, produttori e enopoli; alla Coldiretti di Asti e neppure a quelli del Ctm, il Coordinamento terre del moscato che proprio su questo blog il suo fondatore e presidente, Giovanni Bosco, descrive come un movimento fuori dalla stanza dei bottoni, che tuttavia, e questo è innegabile, propone tesi, progetti, interpreta dati e fornisce supporto a progetti di respiro regionale.
Assomoscato, Coldiretti e Ctm sono contrari perché, a loro dire, i nuovi impianti servirebbero ao speculatori, cioè a quelle industrie che si avvantaggerebbero di una maggiore produzione, abbassando il prezzo delle uve garantendosi quindi margini di guadagno più alti a danno dei contadini. «È già accaduto in passato» sostengono.
Nonostante questo la tesi dello sblocco degli impianti, vista ovviamente con favore oltre che da molte aziende spumantiere anche da alcune cantine sociali, sta incassando aperture autorevoli, sia pure con sfumature diverse e condizionate a progetti di modulazione dei nuovi impianti. Un particolare, quello della modulazione dei mille ettari nuovi spalmata su tre anni, che la stessa Vp aveva proposto.
Dunque non c’è solo un movimento “no-sim” (no allo sblocco degli impianti del moscato), ma esistono anche posizioni “sì-sim“. Sdp ne ha raccolte alcune.
Intanto c’è Confagricoltura, molto attiva sul fronte del moscato, tanto ad avere fondato un settore ad hoc, la Confagrimoscato. Il sì allo sblocco degli impianti è chiaro. Questa la nota ufficiale inviata a Sdp.
«Siamo favorevoli ad un aumento graduale delle superfici investite a Moscato recuperando innanzitutto le superfici vitate revocate dal piano dei controlli. Si tratta di circa 350 ettari, che potrebbero aiutare a soddisfare l’attuale fabbisogno del mercato e scongiurare la possibilità per i nostri competitori di occupare gli spazi che abbiamo conquistato grazie alle caratteristiche uniche del nostro prodotto. L’aumento della superficie deve essere però deciso da tutta la filiera. La commissione paritetica per l’accordo Moscato è il luogo più adatto per discutere la proposta del presidente del Consorzio dell’Asti Docg e, più in generale, per programmare il futuro dell’Asti spumante e del Moscato d’Asti».
Poi c’è la Cia, la confederazione degli agricoltori italiani, che per bocca del suo vicepresidente nazionale, l’astigiano Dino Scanavino, tra l’altro viticoltore in quel di Calamandrana, non chiude la porta alla proposta Vp/Consorzio, vestendola, però, di una caratteristica imprenditoriale.

Spiega a Sdp Scanavino: «Dobbiamo lasciare che gli imprenditori del moscato facciano il loro lavoro. In questo senso lo sblocco degli impinati del moscato può essere accolto, ma come rischio di impresa. Si può accettare la proposta di messa a dimora di 300 nuovi ettari di moscato all’anno da qui al 2015, ma a patto che la loro iscrizione come uve da Asti docg o Moscato docg, sia differita a tre anni dalla messa in dimora e solo se il mercato richiederà ancora il moscato. Altrimenti niente bollini docg e l’uva sarà utilizzata per altre lavorazioni, che comunque garantiranno ai vignaioli redditi più alti di quelli che, purtroppo stanno fornendo alti vitigni, soprattutto i rossi. In soldoni: sì allo sblocco ma solo se la moscatomania continua, altrimenti del moscato in più ne facciamo altro e non Asti o Moscato docg»
Iscritto al fronte “sì-sim” anche una delle figure simbolo del mondo del moscato, Ezio Pelissetti, enologo, recentemente confermato nel direttivo del comitato nazionale vini, amministratore delegato di Valoritalia, ente certificatore che, a seguito dei controlli, avrebbe decurtato del 3/4% il vigneto moscato. Ma Pelissetti è stato soprattutto per oltre 16 anni direttore generale del Consorzio di Tutela dell’Asti e del Moscato docg, è insomma uno che di moscato ne sa e che di trattative ne ha viste e condotte tante.

E che prima di tutto dice: «Dispiace la frammentazione della parte agricola. In un momento come questo, adatto a siglare un accordo quinquennale con un prezzo fisso, litigare è inutile e dannoso per i viticoltori e per tutta la filiera. Detto questo ritengo necessario lo sblocco degli impianti, contingentato e con la necessaria garanzia che la richiesta di moscato davvero si prolunghi, come sembra, nel tempo». E a proposito di “moscatomania” e delle voci che, anche ultimamente, indicano in diminuzione i volumi di imbottigliamento di Asti e Moscato docg, Pelissetti precisa: «È vero, a gennaio e febbraio c’è stato un calo notevole, anche superiore al 20%, soprattutto per l’Asti e riferito principalmente al mercato Italia che sconta contrazioni di consumo davvero eclatanti. Tuttavia – avverte l’Ad di Valoritalia – la tendenza, come avevamo previsto, si è già invertita. Stanno aumentando gli indici di imbottigliamento perché all’estero Asti e Moscato tirano ancora, e molto. Il “tappo raso” addirittura veleggia verso i 30 milioni di bottiglie. Del resto ci sono mercati, oltre a quello nazionale, dove c’è ancora moltissimo da fare e grandi potenzialità per i due vini aromatici che si ottengono dal moscato. Penso alla Russia, ad esempio, dove anche recenti passaggi di mano di aziende storiche (il riferimento è alla Gancia ndr) potrebbero portare un’espansione ancora prepotente e con prezzi interessanti, molto più di quelli che si spuntano sul mercato italiano. Ecco che quindi l’export, se ben governato anche attraverso uno sblocco degli impianti razionale e condizionato alle effettive richieste del mercato, può rappresentare oltre che un bene per gli affari delle imprese anche un ottimo affare per i contadini e l’intera filiera».
Chiudiamo con una nota più leggera che ci arriva da una delle griffe del mondo del moscato, Romano Dogliotti della Caudrina di Castiglione Tinella, centro cuneese patria del moscato. Ebbene, Dogliotti prende spunto da temi che in quetso blog (e anche in quets’ultimo post) sono dibattuti molto: la cosiddetta moscatomania, cioè la richiesta di moscato non solo piemontese, che sta diffondendosi nel mondo come moda e tendenza di un nuovo bere caratterizzato da basso contenuto alcolico, e la presenza in Italia e all’estero, di bevande che imitano il Moscato o l’Asti docg o, come nel caso Romano ci ha segnalato, sfruttano una sorta di “moscato sounding”, cioè l’assonanza con la parola moscato. È il caso della “Fanta Moscato” che Dogiotti trovò in Giappone vent’anni fa e che ancora si trova nei supermercati nipponici.

Dice Romano Dogliotti: «Di moscato dentro a quella bibita non c’è nulla. Ma il marchio che ricorda il vitigno resiste ancora perché evidentemente fa ancora business»
Filippo Larganà (filippo.largana@libero.it)
Questa vicenda comincia a venirmi a noia, ne devo scrivere ma lo faccio controvoglia perchè sono quasi 40 anni che devo far cronaca su un settore che ha la prerogativa di tagliarsi le palle da solo per far dispetto alla moglie….tropo tempo i anche per uno come me che in mezo al moscato c’è nato ed assaggiava ancora bambino l’ Asti Metodo Classico di Contratto, nella cantina a due passi dalla casa dove sono nato….questo per dire di una passione che sta nel DNA
Comunque volevo solo precisare che le organizzaioni agricole, anche se non lo ricordano più in insegna….sono pur sempre dei sindacati e come tali tendono non solo a litigare tra loro ma anche a dire picche se l’altra dice fiori……chi ci vede da fuori noi piemontesi ci prende per matti, come se uno che vincesse la lotteria si preoccupasse di buttare i soldi in Belbo…speriamo che li vada a ripescare l’amico Scarrone con la sua Valle Balbo Pulita, destinandoli poi a giardinetti per viticoltori in pensione….
@Giovanni, purtroppo questo è diventato un dialogo tra me e te e qualcuno potrebbe pensare che invece di parlarci attraverso il blog faremo prima a telefonarci… quanto all’inchiesta io, lo ripeto, ho detto che, tempo e impegni permettendo, avrei scritto un pezzo, non un’inchiesta che è ben altra roba, sulla crisi di rappresentatività della parte agricola. Perché la cosa interessante non è tanto il numero dei sodalizi quanto il perché della nascita di nuove associazioni e perché molti contadini e produttori e cantine sociali non si sono più sentiti rappresentanti dai sindacati rurali. Che cosa è cambiato? È solo una lotta di potere per dividersi il “tesoretto” come lo chiami tu? oppure ci sono state prese di posizioni discusse, cose fatte o non fatte, battaglie aperte o non aperte, strategie giudicate non chiare? Sono questi, stante i tuoi dati storici, gli interrogativi che mi preme esaminare. Quando posso, però…
@Filippo. E allora partiamo dal 1999, quanto i giovani produttori di moscato scesero in piazza e mi vollero loro portavoce (i cosidetti Cobas). Allora esistevano tre associazioni, due delle quali l’APUM e l’APM, aderivano alla terza : la Produttori Moscato d’Asti Associati presieduta dal geom.Marabese.L’associazione contava circa 1300-1400 soci, quasi tutti soci delle cantine sociali, i soci dell’APUM e dell’ APM non raggiungevano il centinaio.
I Cobas potevano benissimo costituire una nuova associazione, ma consigliati dal portavoce aderirono alla Produttori Moscato d’Asti Associati (Assomoscato) e l’associazione potè contare su oltre 3200 associati (oltre 1700 nuove adesioni – 6 mesi di riunioni da Santa Vittoria a Strevi- con alla fine un mezzo infarto al portavoce (palloncino).
Purtroppo alla prima riunione una parte delle Cantine Sociali dell’Acquese e dell’Astigiano capitanate dal rag. Ricagno, non accettando la presidenza Satragno, uscirono dall’Associazione e costituirono un settore “Moscato” presso la Vignaioli Piemontesi (800 soci circa).
Nel 2006 l’APM si trasforma in Moscatellum e si stacca dall’Assomoscato.
Nel 2010 la Confagricoltura dà vita alla Confagrimoscato.
Nel mese di Febbraio del 2012 nasce a Canelli Sinergia e Territorio.
Questi sono dati storici e documentati.
A Te il proseguimento dell’inchiesta.
Buon Moscato d’Asti
giovanni bosco
@Giovanni: veramente ho detto che sarebbe interessante chiarire come mai il popolo del moscato sembra essere in crisi di identità e di rappresentanze.. sulla paritetica credo mi sto chiedendo se il suo allargamento serva a scelte più condivise o ad aumentare solo la litigiosità della parte agricola…
@Filippo. Fai bene a fare un pezzo sui rappresentanti nella paritetica.Almeno potremmo capire tutti molte cose e potremo essere in molti a giudicare i vari rappresentanti nelle varie riunioni…senza essere improvvidamente “soli” ad avere gli occhi aperti………..
Buon Moscato d’Asti
giovanni bosco
@Fabio: sì, concordo, alla fine c’è una tale guazzabuglio che non si capisce nulla… il fatto incontrovertibile è che i piemontesi litigano e altri fanno business. Proprio ieri mi hanno raccontato di aziende locali che, per produrre vini aromatizzati al moscato, hanno dovuto acquistare il vino in Grecia, avete presente la nazione sull’orlo del fallimento? quella. Perché non hanno trovato moscato in piemonte. E non si sa perché non c’è più prodotto o perché è in atto una speculazione di chi lo tiene da parte per venderlo a prezzo più alto. Ma vi rendete conto, se tutto fosse confermato sarebbe come la storiella di quel marito che per far dispetto alla moglie si è evirato… mah
@Giovanni: Ctm movimento d’opinione, non ho scritto il contrario. Inoltre mi piacerebbe – e magari ci faccio un pezzo – perché prolificano le sigle di associazioni di produttori e vignaioli. È lotta di potere, come hai detto tu (ma pensa, io pensavo fosse un problema di rappresentatività), ho ci sono frange della filiera che non si riconoscono più (e se sì, perché) in alcune associazioni storiche (Assomoscato, Coldiretti, Cia, Confagri…)?
@ Filippo. Sono oltre vent’anni che chiedo che si punti sul Moscato d’Asti. Dogliotti ne è la riprova
con quello che ha trovato in Giappone. I nostri soloni della filiera se ne sono accorti solo ora che esiste la Moscatomania, già dieci anni fa vi erano sparsi nelle varie parti del mondo oltre 130 mila ettari di vigneti di moscato, con un commercio di oltre un miliardo e mezzo di bottiglie a base moscato. Ribadisco quello che ho scritto. il CTM non conta nulla per quanto riguarda le decisioni sulla questione reimpianti, cerca solamente di far vedere a tutti, con dati storici, i pro e i contro ad una eventuale decisione . Sta poi alla maggioranza dei contadini prendere le eventuali iniziative.
Buon Moscato d’Asti
giovanni bosco
Si… Sim!!! No… Nim!!! Ma dell’ampliamento della zona Docg del Moscato d’Asti, l’industria cosa pensa? Qui tutti parlano, mentre gli industriali tacciono!!! Fatemi capire…