La “Vie en rose”, la famosa canzone portata al successo da un mito della canzone francese come Edith Piaf e ripresa, nei rampanti Anni Ottanta dalla controversa e androgina Grace Jones, porrebbe fare da colonna sonora a quello che sta accadendo nel comparto degli spumanti italiani con una decisa svolta “in rosa”.
L’ultimo a convertirsi a questa tendenza è stato il presidente del Consorzio del Prosecco doc, Stefano Zanette, che a Gambero Rosso ha anticipato il progetto di un Prosecco doc Rosè apertamente definito innovativo rispetto alla tradizione “bianca” dell’uva glera.
Ha detto Zanette: «Abbiamo fatto un passaggio in assemblea, la base sociale del Prosecco Doc, e siamo convinti di andare in questa direzione. Il tema è spinoso per chi pensa che ci si scontri con la tradizione, ma dobbiamo tenere a mente una cosa: se, negli anni passati, non avessimo seguito il mercato in un certo modo non saremmo arrivati a questo punto. Persino le altre Dop legate al Prosecco non avrebbero registrato questa crescita. Seguire il mercato è anche un dovere. Non dimentichiamoci che la tradizione è un’innovazione ben riuscita. Stiamo andando avanti con apposite sperimentazioni, in collaborazione con il Cirve e altri enti, sull’uso dei vitigni. Per il Prosecco rosato, vogliamo operare con il Pinot nero. Alcuni vorrebbero usare il Refosco per l’area friulana, altri il Raboso per quella veneta. Abbiamo deciso che il Pinot nero è quello che si adatta meglio alle nostre esigenze, ma stiamo sperimentando altre varietà. Allo stesso tempo stiamo studiando norme viticole da inserire nel disciplinare di produzione, comprese le pratiche enologiche per ottenere un vino dello stesso colore. Vogliamo arrivare a un rosato di qualità, di pregio e con un posizionamento più alto con forbici di prezzo intorno ai 5,5-6,5 euro a bottiglia rispetto ai 4,5-5,5 euro attuali. Sottolineo che il 50% dei consumatori stranieri, interpellati in alcuni sondaggi a nostra disposizione, ritiene di avere già bevuto il Prosecco rosato, perché già prodotto come rosato spumante fuori dalla Dop, e si dice disposto a spendere di più per questa tipologia». Alla domanda sui volumi del futuribile Prosecco Rosé Zanette risponde: «Pensiamo a dieci milioni di bottiglie, a un mercato ristretto. La volontà è quella di uscire con un prodotto che abbia un certo valore. Abbiamo appena raccolto le uve, faremo le prove di vinificazione e spumantizzazione, con un metodo Charmat lungo. Se le prove ci daranno risultati soddisfacenti, per la primavera 2019 potremmo discutere l’approvazione del nuovo disciplinare e poi attendere la decisione del Comitato vini Mipaaft entro giugno 2019».
Intanto i piemontesi non stanno fermi, e già questa sarebbe, di per sé, una notizia.
In tema di Metodo Classico da anni produttori, anche di rango, producono bollicine rosé, sia a doc che a docg. Alcune sono a base nebbiolo. Una vetrina di questa tipologia è l’evento Nebbiolo Nobless che si svolge tutti gli anni ad Alba. In zona, tra Albese e Astigiano, c’è la culla dell’Alta Langa docg, spumante Metodo classico di alto pregio da uve pinot nero (guarda caso) e chardonnay che, da disciplinare, annovera anche una variante rosè.
Infine l’ultimo nato, l’Acqui docg Rosé, metodo Martinotti (è la tipologia più rapida e usata per gli spumanti), ottenuto rigorosamente da uve brachetto docg è la versione non dolce del famoso e fin troppo bistrattato vitigno aromatico piemontese. Sul mercato da alcuni mesi, con costanti, anche se un po’ troppo sommessi, apprezzamenti sia di pubblico sia di critica.
C’è da precisare che l’Acqui docg Rosé, in perfetto stile sabaudo, prevede nessun taglio di altra uva che non sia quella tradizionale della docg, cioè il brachetto, e la volontà di conquistarsi sul campo i gradi di primo spumante a docg naturalmente rosé da uva autoctona.
Caratteristiche particolari che, nelle intenzioni del Consorzio di Tutela guidato da Paolo Riagno, dovrebbero fare la differenza proponendo al mercato non una bollicina rosé tout-court ma qualcosa di estremamente legato al territorio di origine. Ma basterà questo a sancire il successo commerciale dell’Acqui docg Rosé in vista della possibile discesa in campo della corazzata Prosecco col suo Rosé?
Difficile dirlo ora. Certo le forze in campo sono a favore dei veneto-friulani. Più volume “di fuoco”, maggiore platea di “attori” con diverse maison leader del settore, un marketing vincente che promette di far valere la “scia” del Prosecco “bianco” e, non ultimo, una filiera di amministratori locali, dal governatore del Veneto, Luca Zaia, ai parlamentari, fino ai sindaci, che da tempo si professano a completa disposizione del settore vitivinicolo del Nord Est.
È così anche nel Nord Ovest? Per quanto riguarda il Piemonte è così, a tratti.
La Regione, con l’assessore Giorgio Ferrero in testa, ha aiutato (e aiuta) molto i progetti vinicoli piemontesi e tuttavia da più parti si vorrebbe una classe politica più al fianco dei produttori, meno incline alla burocrazia, più garante degli interessi territoriali in campo vinicolo e agroalimentare. Insomma più schierata e tifosa e meno politically correct. Almeno questa è la sensazione.
Una prova del nove sarebbe disponibile già a breve: è la proposta di modifica del disciplinare che permetterebbe proprio all’Acqui docg Rosé di essere imbottigliato fuori dalla zona di produzione con la possibilità di avere aziende non piemontesi (e magari anche venete o friulane) nel novero degli imbottigliatori.
Le possibilità ci sarebbero e offrirebbero ossigeno alla filiera del brachetto, in crisi da alcuni anni. I tempi romani, però, sembrano procrastinare. Urgerebbe proprio una “manina” che li sveltisse. Arriverà?
E mentre gli italiani fanno a gara anche in tema di rosé, i francesi della Champagne annunciando una vendemmia a cinque stelle indicano addirittura un aumento di produzione di uva pari addirittura al 56% con qualità eccelse e possibilità di sforare ampiamente il muro dei 310 milioni di bottiglie di bollicine Champagne con, è bene sempre ricordarlo, un valore medio più alto rispetto agli spumanti metodo classico italiani.
Anche i Cava spagnoli contano su una buona vendemmia e su numeri di rispetto con una produzione che nel 2017 ha oltrepassato i 252 milioni di bottiglie.
Sia Champagne sia Cava da tempo hanno, naturalmente, tipologie rosé.
Filippo Larganà (filippo.largana@libero.it)