In questi primi giorni di gennaio, mentre la neve imbiancava le nostre colline ed il mercato settimale di Santo Stefano Belbo era deserto, ho trovato il tempo per leggere alcuni servizi apparsi sulla rivista “Moscato d’Asti” della Produttori.
Ho letto che a Roma, presso la sede romana della Regione Piemonte, si è svolta «la prima edizione del progetto che ha ospistato alcuni incontri volti a promuovere le eccellenze del nostro territorio». L’iniziativa prevedeva il coinvolgimento di scrittori di fama nazionale ai quali commissionare altrettanti scritti ispirati ad un vino doc o docg del Piemonte. L’articolo concludeva così, «un modo intelligente per far promozione di medio e lungo termine attraverso la cultura».
Negli anni ’80 quando ero presidente del CEPAM, associazione che si occupava di cultura e territorio, con il prof. Luigi Gatti e con il contributo della Regione Piemonte (Viglione presidente. Bruno Ferraris assessore all’Agricoltura) riuscimmo ad avere l’enoteca regionale del Moscato nella casa natale di Cesare Pavese.
Scoppiò il finimondo, fummo attaccati sui giornali di mezza Italia e nel 1985 l’allora sindaco di Santo Stefano Belbo, con uno stratagemma, la chiuse trasferendo tutto il materiale e dichiarando ai giornali che era «un infelice matrimonio che voleva sciogliere perchè il vino non ha nessuna attinenza con l’opera di Pavese, volta a ben altre problematiche». Concludeva il suo intervento dicendo che lil CEPAM «per quanto riguarda Pavese, può aver la stessa competenza di un’associazione di fumatori di pipa».
Dopo 30 anni si è capito che la cultura può andare benissimo a braccetto con l’economia. Io dico che deve andare a braccetto con l’economia, solo la Coca Cola può farne a meno.
Caro Filippo per fortuna che c’è Nietzsche che mi consola quando scrive che ogni tanto c’è qualcuno che nasce “postumo”.
A proposito, il premio letterario “Cesar e Pavese” 2009 organizzato dal CEPAM, anche senza il prof. Giuliano Soria, ha avuto un grandissimo successo.
Buon Moscato d’Asti.
Giovanni Bosco (Ctm)