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Natale arriva. Vini e cose buone: dalle Langhe una Barbera d’Asti dedicata al “re” tartufo e... a un “tabui”
Filiera di rifondare? L’Asti scende sotto quota 57 milioni. Il “tappo raso” cresce e va a 30. Si spera nei brindisi di fine anno. «Colpa delle sanzioni alla Russia». Intanto a Loazzolo…
LE VITE DEL VINO - Parlano gli uomini e le donne che hanno fatto grande nel mondo il vino piemontese. MARIUCCIA BORIO

Filiera di rifondare? L’Asti scende sotto quota 57 milioni. Il “tappo raso” cresce e va a 30. Si spera nei brindisi di fine anno. «Colpa delle sanzioni alla Russia». Intanto a Loazzolo…

Impossibile non parlare e scrivere di Asti e Moscato in questo periodo pre feste di fine anno. Questa volta, però, non l’hanno fatto i giornalisti, ci ha pensato il direttore del Consorzio dell’Asti, Giorgio Bosticco che ha scritto un intervento per le pagine locali del quotidiano La Stampa (il testo integrale dell’intervento scaricabile qui bosticco intervento asti)

Giorgio Bosticco
Giorgio Bosticco

Ne è venuta fuori non solo una fotografia in bianco e nero del settore con vistosi cali nei volumi dell’Asti e una crescita (ancora) del Moscato “tappo raso”, ma anche una ridda di dati e dubbi che non mancano suscitare interrogativi da riassumere così: “che cosa accadrà il prossimo anno?”, insieme all’immancabile appello bosticchiano: «Brindate con Asti e Moscato perché sono patrimonio e risorsa di tutti» con richiami alla rifondazione della filiera ad una presa di responsabilità da parte delle Case spumantiere e proclami di tutela dei vignaioli. Parole sante, ci mancherebbe. Il fatto è che il tonfo dell’Asti docg, sempre sperando che le vendite di Natale e Capodanno, come si dice in Piemonte, “aggiustino una costola”, tutto sommato non fa così rumore che uno si aspetterebbe. Essì perché davanti a arretramenti commerciali così sostanziosi, uno si aspetta che i vignaioli scendano in piazza a manifestare, magari non sotto Natale, ma per la Befana sì. Anche perché Bosticco in qualche modo, e neppure troppo velatamente, adombra il pericolo che l’anno che verrà potrebbe essere di vacche magre, con rese basse e, di conseguenza, redditi ribassati per i vignaioli (se ne parlerà l’8 dicembre in un convegno a Santo Stefano Belbo). È solo un’ipotesi negativa, sia ben chiaro, e il direttore fa bene a ricordare che il reddito dei vignaioli va difeso con la ricerca della qualità e il rispetto delle rese. Tuttavia un aumento delle eccedenze e un abbassamento delle rese delle uve non è una bella prospettiva, sia pure probabile. D’altra parte di una possibilità di rese per ettaro delle uve ritoccate in senso negativo gli operatori, persino qualche sindacalista e qualche presidente di Cantina sociale, lo mormorano da un po’. Ma nessuno sembra dare corda a queste cassandre. Tutto tace. In un silenzio che gli appassionati di ossimori definirebbero di sicuro assordante. Il sospetto dei più maliziosi è che non si voglia disturbare il “manovratore”, che per la verità ancora non si sa chi è neppure è chiaro dove stia conducendo il “treno del Moscato”. Non si sa se a guidare siano le multinazionali, Bacardi (Martini & Rossi) e Campari, che hanno le maggiori quote di mercato dell’Asti, con accodate le altre Case spumantiere, che hanno in mano quote importanti di Moscato “tappo raso”. Oppure se il timone sia in mano al Consorzio, per la precisione al presidente, il “sanguigno brianzolo” Gianni Marzagalli, affiancato dal direttore, l’albese, Gianni Bosticco il quale, è anche protagonista di una sorta di eno-gossip. Infatti rumors, per nulla confermati e totalmente ufficiosi, darebbero il manager, giunto al Consorzio dalla Campari, già in dirittura di partenza (2017?) per altri lidi (Vignaioli Piemontesi? un altro Consorzio? un gruppo privato?). Ma qui, come abbiamo detto, siamo nel campo degli eno pettegolezzi e quindi meglio lasciar perdere. Cantine sociali e produttori singoli; non pervenuti, nel senso che non sembra abbiano questa gran voglia di prendere le redini del Consorzio anche se la prossima presidenza dovrebbe essere, per quella legge dell’alternanza, affidata alla parte agricola.

Sia come sia quello che invece è accertata è la flessione di immagine e di volumi di quello che i giornalisti, secoli fa, battezzarono, proprio a causa dei suoi andamenti commerciali sempre ondivaghi, il Gigante dai piedi d’argilla, cioè l’Asti. E la sua fragilità, in questo periodo, viene sottolineata dai dati forniti dal Consorzio: in pochi anni lo spumante con le bollicine dolci “più brindate al mondo” è passato dagli 81 milioni del 2011 ai 57 dichiarati nei primi 11 mesi del 2015. Mentre il Moscato d’Asti, il suo fratello “minore”, nello stesso periodo, è passato da 25 a 30 milioni di pezzi. Per Bosticco, che è anche alla guida in qualità di presidente del super Consorzio Piemonte Land of Perfection la cui missione è di “armonizzare” le attività di valorizzazione dei Consorzi dei vini piemontesi, la colpa sarebbe soprattutto delle sanzioni commerciali decise dalla Ue nei confronti della Federazione Russa dopo la crisi della guerra con l’Ucraina. Possibile. In tempo di guerra e crisi si ha poca voglia di brindare, anche se il Prosecco, per non parlare dello Champagne, pare non accusare grandi contraccolpi. Però segnali di crisi per l’Asti arriverebbero anche da altri mercati, europei e nazionale, mentre la Cina, oggetto di un importante progetto di promozione voluto proprio dal Consorzio, pare ancora lontana da dare soddisfazioni immediate in termini di volumi e guadagni («si sta seminando, sperando che qualcosa cresca» commenta un manager che vuole, chissà perché, l’anonimato). Bosticco, dunque, invita i consumatori piemontesi a brindare con Asti e Moscato. E ci sta. Speriamo che seguano anche inviti analoghi a italiani e europei e russi e americani e asiatici. E dopo le feste ci sarà tempo per analizzare meglio, tirare giù dati definitivi da presentare, magari in una conferenza stampa.

Intanto c’è chi si muove per tentare di rinsaldare le fila di un rapporto, mai interrotto per altro, tra produttori di moscato e paesaggio. È il caso di Pianbello, l’azienda vinicola guidata dai fratelli Pietro e Mario Cirio, che il 9 dicembre, non solo presenta il nuovo Moscato d’Asti Pianbé dei Surì ottenuto dalle uve scelte di un “surì” (così si chiamano i vigneti più pregiati e in posizione più esposta al sole che danno basse rese e altissima qualità di uva), ma ha anche organizzato un forum, con esperti, per parlare del futuro di quelle vigne poste in luoghi impervi coltivate, spesso ancora solo a mano, da pochi vignaioli eroici.

In molti, geologi in testa, le considerano l’ultimo baluardo di un paesaggio geologico che senza di loro sparirebbe travolto da frane, smottamenti, malattie della vite e invasione di gerbidi.

C’è da dire che proprio dal Consorzio e dalla Regione Piemonte un paio d’anni fa venne il riconoscimento, con tanto di diploma ma anche con un premio in denaro, ai vignaioli dei surì. Dopo le passerelle e gli eventi eclatanti, però, più nulla. Dei surì non si parla da tempo (a parte un bel libro dell’enologo scrittore Lorenzo Tablino, presentato alcuni meis fa). Ora a Loazzolo si vuole riaccendere un piccolo faro su una viticoltura epica che rischia di sparire e che forse, pur essendo stata importante nel passato, non rappresenta il futuro dell’Asti e del Moscato, ma che vale la pena conservare per averne memoria che è una cosa importante per guardare avanti. Altrimenti che razza di Patrimonio Unesco sarebbero i paesaggi vitivinicoli del Piemonte?

Filippo Larganà (filippo.largana@libero.it)

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  1. Tutti i nodi stanno venendo al pettine…la soluzione c’è…basta volerla!
    Buon Moscato d’Asti Spumante…

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