
Joe Biden, l’ex vice di Obama, ha vinto le elezioni presidenziali americane e si avvia a diventare il 46° inquilino della Casa Bianca. E anche se forse bisognerà attendere i primi giorni di dicembre per l’ufficialità, i dati delle votazioni Usa e persino certe criptiche affermazioni dell’irriducibile Presidente uscente Trump – che non riesce ad ammettere la sconfitta e che qualcuno azzarda stia trattando una resa “onorevole” che preveda colpo di spugna sulle sue cause pendenti e sui debiti milionari – danno per certo un cambio di inquilino nello stabile al1600 di Pennsylvania Avenue a Washington.
In ogni caso c’è da chiedersi quanto il cambio di Presidente tra “Potus”, nickname (soprannome) usato da Donald Trump sui suoi canali social, e Biden, influirà sulla politica internazionale degli Stati Uniti d’America in campo agroalimentare. Un capito strategico per l’economia italiana.

Trump aveva fatto il bullo un po’ con tutti: con l’Ue, causando più di una preoccupazione tra gli Stati membri; con la Cina, che non s’era fatta troppo intimidire rendendo pan per focaccia; con la Russia, con cui i rapporti sono tornati se non da Guerra Fredda almeno da confronto “tiepido”.
Che farà ora “sleepy Joe” come lo chiamavano in modo irriverente e sbeffeggiante i trumpiani e lo stesso Trump? Beh, tanto “sonnacchioso” il Presidente eletto non è sembrato e non solo per il fatto stesso di aver vinto le elezioni, ma anche, e soprattutto, per una serie di dichiarazioni che sembrano far prevedere una presidenza di transizione, certo, ma con la voglia di cambiare passo rispetto ai quattro anni dell’era trumpiana.

Due gli interlocutori che sono stati nominati per primi proprio da Biden: Europa e Cina.
In buona sostanza la nuova amministrazione Usa vorrebbe ricucire i rapporti con l’Unione Europea per avere abbastanza massa critica per trattare con il Paese della Grande Muraglia se non la pace, almeno un armistizio commerciale e digitale.

Converrebbe un po’ a tutti.
Alla Ue che si trova in una posizione di debolezza per il Covid, come tutto il resto del pianeta, ma anche per una crisi economica che risale al 2008 e che ancora non è riuscita a superare e che, anzi, con il virus, ha creato voragini economiche e disagi sociali ancora più evidenti. Sempre in ambito Vecchio Continente, poi, c’è l’incognita Brexit con il Regno Unito che si appresta ad uscire dalla Ue senza un vero accordo e con il rischio di pagare a caro prezzo la decisione di “ballare da solo” in attesa di un Principe Azzurro americano (gli Usa) che potrebbe anche decidere di ballare con altri (la Ue).
Una tregua commerciale e in ambito digitale servirebbe anche alla Cina, che proprio in questi giorni ha siglato importanti accordi con più di una quindicina di Governi asiatici e non tutti nella sua orbita (Giappone e Corea del Sud), ma che per continuare a fare cassa, cioè vendere i suoi prodotti e magari acquistare aziende straniere, ha bisogno di una facciata accettabile di Stato moderno, non solo tecnologicamente, ma in senso sociale e internazionale. L’epoca di un Paese dominato da burocrati di Stato, refrattario a tutte le richieste interne ed esterne, fa a pugni sempre di più con la voglia della Cina di acquistare almeno una parte di quella leadership mondiale che per ora, e non si sa ancora per quanto, è nelle mani degli Usa. Un fatto è certo: di strada, in materia di diritti umani e di evoluzione sociale, i cinesi ne devono fare davvero tanta. Hong Kong insegna.
Ma perché questo lungo e forse un po’ noioso preambolo? Perché ci siamo chiesti se e come il cambio del Presidente possa avere ripercussioni sul mondo del vino italiano e piemontese in particolare.
E così abbiamo girato l’interrogativo ad alcuni esponenti del mondo dei Consorzi vitivinicoli di tutela che hanno il polso della situazione internazionale: Matteo Ascheri, produttore braidese di Barolo e Barbaresco, presidente del Consorzio che tutela questi due vini e anche altre denominazioni della zona langarola e anche al timone di Piemonte Land, il superconsorzio che raggruppa i Consorzi vitivinicoli del Piemonte; Stefano Ricagno, che è direttore generale della Cuvage di Acqui Terme (spumanti) e uno dei vicepresidenti del Consorzio dell’Asti e del Moscato d’Asti docg; Filippo Mobrici, manager della Bersano, storica Casa vitivinicola di Nizza Monferrato, presidente del Consorzio Barbera d’Asti e Vini del Monferrato e vicepresidente del Consorzio Piemonte Land.
Ecco che cosa ci hanno risposto.

Per Ascheri, in qualche modo, la presidenza Biden porterà serenità anche commerciale nei rapporti tra Ue e Usa. Dice: «È vero che Trump aveva in qualche modo risparmiato i super dazi sui vini italiani, imponendoli, però, su altri prodotti del made in Italy. Tuttavia questa eventualità non era mai stata esclusa del tutto e anzi ogni quattro mesi, secondo le norme americane, avrebbe potuto essere applicata. Una pesante spada di Damocle che certo non faceva lavorare al meglio i nostri operatori». Sul futuro il presidente di Piemonte Land si dichiara apertamente cauto: «In questo particolare momento l’obiettivo di tutti deve essere quello di resistere e tenere le posizioni. La programmazione bisognerà metterla in pratica quando la situazione Covid si starà stabilizzata. Farla prima, a mio modo di vedere, potrebbe voler dire rischiare oggi risorse che potrebbe essere vitali domani».

Cauta anche l’analisi di Stefano Ricagno: «In questo momento il mercato Usa tiene, a differenza dell’Italia che è in evidente affanno. Bisogna, però, aspettare i prossimi mesi per una lettura più attendibile e anche per quanto riguarda la nuova presidenza Usa si dovrà attendere i prossimi passi della Casa Bianca per capire quali saranno i veri rapporti tra Vecchio Continente e Stati Uniti d’America che per l’Asti e il Moscato d’Asti restano uno dei primi mercati. Non c’è dubbio che ci sarà un cambio di direzione. Bisognerà capire quanto questo cambiamento potrà essere utile al nostro comparto e in che modo».

Filippo Mobrici, dal canto suo, vorrebbe un atteggiamento più propositivo: «L’America cambierà segno e percorso, non c’è dubbio. Noi, come vino italiano e piemontese, dobbiamo essere preparati. A oggi, a mio parere, manca una programmazione, una prospettiva di attività future, in campo commerciale, della comunicazione, della valorizzazione, della promozione. Il Covid non può essere il motivo per non pensare anche all’economia di domani. La lotta alla pandemia, ma anche alle altre patologie che sembrano essere stato messe da parte in questo difficile periodo, deve avere la priorità, certo, ma non dobbiamo dimenticarci di progettare il futuro commerciale del vino piemontese altrimenti si rischia di arrivare tardi. Per ora non vedo segnali di iniziative e decisioni in questo senso da parte del Governo e la cosa mi preoccupa».
Insomma le posizioni sono, in parte, diverse, e tuttavia tutte tendono a considerare già la nuova presidenza di Joe Biden come un interlocutore da cui aspettarsi molto. Inoltre, e non è cosa di poco conto, il 46° Presidente avrà come vice Kamala Harris, una donna non bianca che fa parte di una minoranza e che, forse meglio di quanto abbia fatto lo stesso Obama, potrà avere un occhio di riguardo proprio per le tante minoranze che agitano l’arcipelago etnico Usa e che, ci si perdoni questa goccia di cinismo, costituiscono un pubblico di consumatori vasto e interessante per le tipologie di vini piemontesi più “pop”.
Filippo Larganà (filippo.largana@libero,it)
La foto di copertina: A view of the North Portico of the White House, Wednesday June 14, 2017 in Washington D.C. (Official White House Photo by Joyce N. Boghosian)