Dark Mode Light Mode
stereo7
Consorzio dell’Asti. Dopo le dimissioni eccellenti la “ricetta Ricagno”: Campari alla vicepresidenza e stretta sulle regole
Tendenze. Scoppia la voglia del corso di cucina per aspiranti cuochi. In campo Icif (Costigliole d'Asti) e Apro (Alba)

Consorzio dell’Asti. Dopo le dimissioni eccellenti la “ricetta Ricagno”: Campari alla vicepresidenza e stretta sulle regole

Ok alle dimissioni delle aziende dissidenti, surroga dei membri dimissionari del Cda, via a nuove regole di comportamento interne ed esterne al Consorzio, sì a campagne di promozione, più severità nella concessione del sigillo consortile e un no all’Asti a prezzi da saldo. Il Consorzio di tutela dell’Asti, ente di controllo e garanzia di un comparto che da solo vale 500 milioni di euro l’anno, mostra i muscoli e lo fa all’indomani di un Consiglio di Amministrazione che si è svolto il 15 gennaio scorso e nel corso del quale il presidente, Paolo Ricagno avrebbe dettato una nuova politica “del fare” caratterizzata da rigore e fiducia nei progetti futuri.

Basterà questo per sanare i maldipancia del settore? Sdp lo ha chiesto a Paolo Ricagno che ci ha rilasciato un’intervista esclusiva.

Presidente Ricagno, cominciamo dalla disciplina interna al Consorzio. È vero che alle riunioni del Cda ha vietato i cellulari, che nessun consigliere può abbandonare l’assemblea per fumare e che ha addirittura preteso da ogni membro la firma di un patto di riservatezza per evitare indiscrezioni e dichiarazioni non ufficiali?

«È vero che ho preteso lo spegnimento del cellulari. I consiglieri del Cda sono chiamati a gestire un settore strategico per il vino piemontese e italiano. Perciò mi aspetto serietà e rigore»

E la storia delle sigarette e della riservatezza…

«Guardi, alle riunioni del Consorzio c’era un via vai che non le dico; gente che si alzava a fumare o telefonare e rientrava dopo parecchio. Ho disposto 10 minuti di pausa ogni ora. Mi sembra sufficiente per fumatori incalliti e fissati del cellulare. Quanto al patto di riservatezza è il minimo per un comparto che si trova in una fase delicata. L’Asti ha bisogno di serenità per rilanciarsi»

Avete ancora parecchi milioni di euro da spendere in promozione…

«Per ora abbiamo deciso di stanziarne cinque, ma è ancora da studiare e decidere quando e come li spenderemo»

Il Cda ha ratificato le dimissioni di Gancia. Martini & Rossi e la cantina sociale Vallebelbo. È stato uno strappo doloroso?

«Non ci sono stati drammi. Semplicemente il Consiglio ha accettato la decisione di queste tre aziende. Non cerchiamo liti o controversie legali. Dimissioni accettate e stop, anche se le porte restano aperte a chi vuole condividere il nostro progetto»

Ci sono stati nuovi eletti nel Cda: il geometra Gianni Marcegalli della Campari sostituisce Giorgio Castagnotti (M&R) alla vicepresidenza. Nella stanza dei bottoni entrano anche Gianni Martini (F.lli Martini – Vlla Lanata – S.Orsola) e il figlio di Paolo Ricagno, Stefano, 30 anni, in rappresentanza dell’Antica vineria di Castel Rocchero. Ecco, presidente, non teme che la nomina di suo figlio nel Cda che lei presiede possa essere ritenuta inopportuna?

«Mio figlio rappresenta una cantina che ancora non faceva parte del Cda. Eppoi bisogna lasciare spazio ai giovani. E il fatto che Stefano sia mio figlio non deve essere motivo per tagliare fuori le nuove leve»

Lei ha parlato di nuove regole. Maggiore severità sulla qualità del prodotto ma anche sulle strategie, a volte davvero disinvolte, di alcune aziende consorziate?

«Sicuramente sulla qualità non si transige; chi non lavorerà più che bene non avrà il sigillo con il cavaliere. Sull’Asti svenduto a prezzi da saldo ci stiamo lavorando. Troveremo il mondo per impedire ribassi che lo sviliscono»

Parliamo di numeri. Si parla di una fotografia in bianconero per le bollicine dolci piemontesi. Dopo il brindisi di fine anno ci sarebbero stati nove milioni di pezzi in meno di Asti imbottigliato rispetto al 2008 e quasi 2 milioni di bottiglie in più per il Moscato d’Asti docg che avrebbe oltrepassato quota 13,5 milioni di pezzi…

«No comment, per ora. I numeri li daremo a tempo debito».

Filippo Larganà (filippo.largana@libero.it)

View Comments (5) View Comments (5)
  1. Al diavolo le m buone intenzioni di nn invadenza … devo ancora fare una precisazione che nella foga ho dimenticato di segnalare. SI , è vero che al momento dell’acconto uve moscato 2010 i viticoltori sono stati gentilmente invitati ad aderire al Consorzio da parte di una casa spumantiera (e se nn si è eventualmente esposta in prima persona lo ha fatto qualche “omino” in vece sua). Sì, è vero che la cosa è stata indicata come facoltativa. E’ altresì vero che ai reticenti che hanno esposto riserbo in merito è stato detto: “ma dai firma, tanto hanno già firmato tutti. E poi, volendo, puoi dare disdetta l’anno prossimo”. Come è vero che a chi ha tergiversato ulteriormente è stato detto, senza alcun astio, “mah, fai come vuoi, tanto hanno già firmato in tanti e nn cambia più niente!”. Questa precisazione solo per amore della cronaca.

  2. ti tento, ti tento… e non c’è stato spreco di spazio (non lo è mai quando si discute) perché hai detto cose giuste e intelligenti, su cui tutti dovrebbero ragionare, e che io (botta di umiltà…) dico e scrivo da anni. Buon anno a te e ai tuoi colleghi!

  3. A furia di ironizzare temo di essere stata, in parte, fraintesa. Nn ce l’ho con gli industriali che si occupano di fare i propri interessi. Satragno? Ricagno? Lavorano bene? Lavorano Male? Francamente non ho elementi sufficenti per giudicarlo. Li seguo, sto a sentire, metabolizzo qualche informazione e finisce lì ma l’informazione a cui posso attingere è troppo vaga per assumere una posizione netta. Io sono “incarognita” con LUI, il contadino, proprio lui il m collega, il m compagno di ventura. L’imperterrito menefreghista, che continua a fare i s due + due (dove due sta per superficie e due sta per resa), che quando alza la testa un attimo lo fa per incolpare questo o quell’altro delle proprie disgrazie senza mai degnarsi di mettere in moto il cervellino per qualche sana autocritica. Quello che drizza le antenne solo quando sente la parola contributo e che quando c’è da sbrigare una pratica sbatte un malloppone di documenti su una scrivania e se ne lava le mani. Quello che mentre si discute se firmare o meno una trattativa in paritetica se ne va fuori a discutere su dove sistemare l’esubero. Lui, quello che a Natale m regala uno spumantello rosato o che soddisfatto compra le patate della Cappadocia perché costano poco. Ci chiamano imprenditori agricoli? Ma io avevo studiato che l’imprenditore deve prendere coscienza dell’ambiente che lo circonda, imparare ad evolversi e agire con il buon senso del padre di famiglia. Perchè m arrabbio tanto? Semplice, siamo tutti legati ad un unico destino: nn importa se qualcuno la pensa diversamente, davanti al mercato ha valore solo l’operato della massa. Ho apprezzato l’articolo di Berchio perché evidenzia una delle problematiche dei vari prodotti tipici italiani e anche perché, a m avviso, induce a soffermarsi e a porsi qualche domanda sulla realtà agricola italiana, sulla necessità di evolversi e d’informare nonché fidelizzare il consumatore…e naturalmente nn potrei nn essere daccordo con l’accusa di superficialità indirizzata al coltivatore. So di essere logorroica e probabilmente ho invaso uno spazio pubblico con temi nn pertinenti. Ma continuo a sperare, o a illudermi, che forse,a forza di parlarne, un giorno qualche nuova leva potrà cogliere qualche elemento, metabolizzarlo proficuamente e agire con più senno. Prometto di nn fare più l’invadente ma nn tentarmi!

  4. di ritorno da una burrascosa conferenza stampa del Consorzio (di cui leggerai qui tra breve), mi sono chiesto da giornalista se non fosse meglio che certe cose Ricagno e Satragno se le fossero dette nel chiuso di una stanza, magari dandosele (metaforicamente parlando) di santa ragione, sarebbe stato meglio per tutti. Filiera in testa. Ma è, beninteso, il mio pensiero. A me la gazzarra fine a se stessa non m’è mai piaciuta. Per quanto riguarda le iscrizioni d’ufficio di vignaioli conferenti di una grande azienda (Cinzano-Campari?) la cosa è stata smentita da un manager dell’azienda che ha anche detto che chi ha firmato e non è d’accordo può ritirarsi (ragazzi, mi dispiace ma io ai contadini presi per il c… non ci credo più tanto). Certo che la verità rende liberi, a patto, però, che non sia a senso unico… come giornalista tendo sempre a conoscere più di una versione e poi a farmi una mia idea… funziona…

  5. Finalmente mi spiego il “come mai?” una famosa casa spumantiera si sia accanita a perorare la causa del tesseramento al Consorzio! Un plauso alla scelta del momento, astuto direi, sgambettando il povero contadino proprio nel momento in cui è più vulnerabile. Ho appena finito di leggere la rivista “Moscato d’Asti” quest’anno particolarmente interessante. L’ho letteralmente divorata e vorrei sottolieneare in modo particolare l’articolo di Berchio “La verità ci rende liberi” e quello del CTM “Di uva moscato ci si può ubriacare?”. Abbiamo una cosa bella e preziosa per le mani sarebbe triste vederla andar sprecata.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Previous Post

stereo7

Next Post

Tendenze. Scoppia la voglia del corso di cucina per aspiranti cuochi. In campo Icif (Costigliole d'Asti) e Apro (Alba)

Pubblicità