C’erano tanti amministratori locali (molti i sindaci e assessori a fine incarico in vista delle elezioni comunali del 6 e 7 giugno) giovedì, 30 aprile, al Teatro Alfieri di Asti. Si è parlato del progetto del sindaco della città di Alfieri, Giorgio Galvagno (Pdl) di riunire sotto un unico ombrello le terre del vino piemontesi. Il primo cittadino ha anche coniato un nome per questo progetto: Enolandia, che, però, ancora non ha neppure una sede. Dovrebbe essere l’Enofila di Asti, ex centro direttivo e di produzione di una storica vetreria, ora interamente ristrutturata e ancora in attesa di diventare, com’era negli intendimenti di Comune, Provincia e Camera di Commercio, vero snodo della cultura enologica piemontese. Intanto ieri, sempre all’Alfieri (chissà perché non proprio all’Enofila), si sono susseguiti molti discorsi ufficiali. Tra gli altri hanno parlato il sindaco di Alba, Rossetto, e la presidente della Provincia di Asti, Armosino. Ma a parte le dichiarazioni di intenti, di concreto non c’è stato molto. E forse il mondo del vino, in questo momento, più che di parole ha bisogno di fatti. C’è da sperare che, dopo le passerelle, arrivino anche quelli. Fate vobis.
FL
Un progetto che punti sul vino, come elemento di forza per la rivalutazione del territorio, non può non tenere conto dei fattori che ne influenzano il consumo e, nello stesso tempo, deve necessariamente fare una valutazione d’insieme dei costi e dei benefici.
Il vino è un prodotto perdente. Nonostante goda di una promozione e di una visibilità mediatica senza uguali. Oltre alla pubblicità diretta, pensiamo alle rubriche delle trasmissioni televisive, radiofoniche e dei giornali, che sono a tutti gli effetti spazi pubblicitari; pensiamo alle frequenti informazioni pseudoscientifiche sulle presunte qualità salutistiche del vino; pensiamo agli investimenti delle regioni e a quelli del Ministero delle Politiche Agricole. Il risultato di tutto questo impegno promozionale è stato che nel 1975 in Italia si consumavano più di 100 litri di vino pro capite all’anno, trent’anni dopo i consumi si sono più che dimezzati; attualmente siamo a meno di 48 litri/anno. Non c’è nessun altro prodotto che, a fronte di tanti investimenti, abbia ottenuto risultati commerciali tanto fallimentari.
Con alcuni aspetti anche paradossali. Da una parte si spende una enorme quantità di denaro, anche pubblico, per sostenere i produttori di vino, dall’altra ci costa un miliardo di euro l’anno distruggere la sovrapproduzione di vino europeo. Mentre c’è chi vuole rilanciare il vino, la Comunità Europea ha disposto che in Italia nei prossimi tre anni vengano estirpati 68 mila ettari di vigneto. Mentre c’è chi vuole rilanciare il vino, l’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda la diminuzione dei consumi (di tutti gli alcolici) come principale strategia per diminuire le sofferenze legate al bere.
Anche nell’ultimo anno le vendite di vino in Italia sono calate del 2 per cento, quelle all’estero ancora di più. A breve verranno approvate modifiche al Codice della strada, con ulteriori restrizioni all’uso degli alcolici. L’Unione Europea ha dato indicazioni per ridurre nel 2010 il tasso alcolico consentito alla guida a 0,2 g/litro. Prima o poi entrerà in vigore il sacrosanto divieto di vendita degli alcolici ai minori. Si sta diffondendo sempre di più una maggiore consapevolezza dei rischi del bere, anche quello moderato, (il 10% di tutti i tumori è causato dagli alcolici): http://www.epicentro.iss.it/alcol/materiali/libretti/libretto_sai_cosa_bevi_blu.pdf,. Sempre più ci saranno norme per tutelarci dalla sostanziale incompatibilità degli alcolici con la maggior parte delle attività umane. Vedi ad esempio le recenti normative che vietano gli alcolici sul lavoro.
Il fatturato nazionale del vino è di 9 miliardi, la cifra spesa per i danni correlati all’uso degli alcolici è di 45 miliardi, oltre il 3% del Pil. http://rassegna.governo.it/testo.asp?d=30589169,). Il fatturato complessivo degli alcolici è di circa 20 miliardi, ogni euro speso in alcolici costa alla comunità più del doppio in danni, cure e inabilità. Secondo dati del Ministero della Salute, il vino da solo è responsabile in Italia del 57% dei problemi alcol correlati. Come riconosciuto anche dalla Unione Italiana Vini con una indagine dell’Osservatorio Permanente Giovani e Alcol: http://www.alcol.net/images/italianiealcool/sintesi%20finale%20doxa%20%2830.06.06%29.pdf, pag 28).
Nessuna iniziativa potrà evitare che nel prossimo futuro ci sia un’ulteriore e ancor più marcata riduzione dei consumi di vino.
Prima di spendere un euro in altri progetti, non sarebbe utile chiedersi quali risultati ha ottenuto il denaro impiegato in passato? Ad esempio i 40 milioni investiti recentemente per lo specifico progetto di rilanciare il moscato.
Roberto Argenta – Asti