I viticoltori del moscato sono divisi su tutto. Non è una novità. Tuttavia all’ultima assemblea del Ctm, gli ex cobas del moscato, sembra essere passata la linea del dialogo solo con chi condivide le tesi del movimento. Un atteggiamento che un po’ ricorda la politica italiana nell’ultimo ventennio dove gli schieramenti, tra culti personali e barricate, sono scivolati nel “o con me o contro di me”.
Per quanto riguarda la cronaca dell’incontro, che si è svolto a Santo Stefano Belbo, nel Cuneese, nel cuore della zona classica di produzione del moscato davanti ad una cinquantina di vignaioli, i temi in discussione erano tre: la frammentazione delle associazioni che rappresentano la base agricola nella commissione paritetica (l’organo presieduto dalla Regione Piemonte che governa il mondo del moscato); la proposta di sbloccare gli impianti di moscato; e la necessità di proteggere i vigneti storici a rischio estinzione.
Sulla moltiplicazione delle sigle sindacali al tavolo della Paritetica il giudizio di Giovanni Bosco, assicuratore santostefanese in pensione, appassionato di storia locale, di Cesare Pavese e di moscato nonché leader e fondatore del Ctm (Coordinamento Terre del Moscato), è stato netto: «sono troppe e non so se davvero rappresentano i viticoltori di cui hanno avuto, anche con metodi discutibili, le deleghe». Il riferimento è a “Sinergia e Territorio”, ultima nata delle associazioni moscatiste che è nata dall’unione di alcune aziende agricole, industrie vinicole e la Cantina sociale di Canelli, e che avrebbe avuto già il via libera da parte dell’assessore regionale all’Agricoltura.
«L’hanno fatta per togliere potere ad Assomoscato» ha esclamato un po’ improvvidamente Bosco indicando Giovanni Satragno, presidente da più di 12 anni della coop che raggruppa un po’ meno di 2000 vignaioli. Satragno, da parte sua evoca irregolarità e annuncia incontri con l’assessorato regionale perché, ha assicurato, «ci vuole chiarezza».
L’altra “grana” è quella relativa all’ingresso del Comune di Asti nell’area classica del moscato che ora, da disciplinare, ingloba 52 paesi tra le province di Asti, Cuneo e Alessandria. Satragno rievoca l’affaire. Dal “peccato originale” del Governo Prodi, che diede il via libera ma senza rispettare l’iter burocratico, alla sentenza del Consiglio di Stato che ha dato ragione a Assomoscato e Comuni moscatisti contrari all’ingresso di Asti. Il fatto è che ad essere coinvolto in questa vicenda c’é anche il gruppo vinicolo Zonin, uno dei più grandi e potenti, che in quel di Portacomaro, frazione di Asti ha una bella tenuta e che vorrebbe avere come docg i suoi 20 ettari coltivati a moscato bianco.
Con Zonin, ossia pro Asti nell’area dove si fa l’Asti docg e il Moscato d’asti docg, si sono schierati oltre al Comune natale di Vittorio Alfieri, anche il Consorzio di Tutela preoccupato che l’Unione Europea, come è avvenuto per il Tokaij ungherese, tolga la denominazione visto che la città che dà il nome al vino non fa parte della zona di produzione. Un’eventualità che per Assomoscato e i suoi avvocati e periti è remotissima, ma che invece fa tremare le vene ai polsi all’ente consortile.
Orbene Zonin, che all’epoca della sentenza del Consiglio di Stato aveva annunciato ricorsi, l’ha fatto per davvero, davanti allo stesso Tar del Lazio, contestando la delibera del comitato vitivinicolo nazionale che, alcuni mesi fa, aveva confermato, per un solo voto, il no ad Asti.
Il 14 marzo ci sarà la sentenza. Satragno e Bosco hanno chiamato all’unità Comuni e vignaioli. Vorrebbero che si costituissero in giudizio contro Zonin. Insomma ancora una battaglia legale a suon di carte bollate per una cosa che, forse avrebbe potuto essere risolta molto prima e con soddisfazione di tutti. Come racconta e scrive su Civiltà del Bere (http://www.civiltadelbere.com/), vera “bibbia” degli appassionati di vino, Cesare Pillon, una delle firme di punta dell’enogiornalismo italiano.
Nel servizio di copertina del numero di gennaio/febbraio della rivista Pillon parla di «pericolose contraddizioni interne» e commenta: «Ci vorrebbe un astrologo per capire come mai l’Asti e il Moscato docg, nel momento del loro massimo successo sono dilaniati da contraddizioni così acute che rischiano di paralizzare il loro stesso sviluppo». Lo stesso aveva fatto Gigi Brozzoni, altra firma del giornalismo enoico e esponente del Seminario Veronelli, che parlando della querelle Asti/Zonin non aveva esitato a definirla «Una follia».
Ma queste analisi non spostano di un millimetro i contrari al progetto Asti/Zonin.
Si è affrontata quindi la questione dello sblocco degli impianti di moscato. Ne aveva parlato, una settimana fa, la Vignaioli Piemontesi. «Il mondo chiede moscato c’è bisogno di produrre di più altrimenti le altre zone d’Italia e del mondo che stanno piantando moscato, ci scipperanno quote di mercato» avevano detto Berchio e Ricagno, rispettivamente direttore generale e esponente di Vp.
Ma anche in questo caso Ctm e Assomoscato non hanno tentennato. Da loro è venuto l’ennesimo no. Con una particolare tesi espressa da Bosco che sostiene come lo sblocco degli impianti non serve perché il mercato chiede tanto Moscato o Asti, «Anzi nei primi due mesi del’anno, secondo le stime, i vo,uni sono diminuiti» ha detto, ma perché ci sono aree viticole depresse, adiacenti a quelle del moscato d’asti, che vorrebbero convertire a moscato bianco vigneti di barbera o brachetto o altre uve meno remunerative. «È questa la verità inconfessabile che nessuno osa dire» ha sostenuto Bosco che poi ha chiesto alla cinquantina di vignaioli in platea, «se volete guadagnare un po’ meno (il moscato docg rende circa 12 mila euro lordi ad ettaro ndr) per aiutare contadini come voi». Risposta netta della platea: no. Più chiaro di così. Anche perché, dati alla mano, ancora Bosco. citando questa volta un’analisi del direttore del Consorzio di Tutela, Giorgio Bosticco, ha sostenuto come più si aumentano gli ettari del vigneto moscato più il prezzo al miriagrammo cala.
Tra gli interventi in scaletta anche quelli del presidente della Coldiretti di Asti, Maurizio Soave, che ha sposato i “no” di Ctm e Assomoscato, smorzando i timori di chi ha fatto presente che le aree coltivate a barbera stanno continuando ad essere in crisi. «Chi ha saputo fare business con la barbera non ha mai avuto problemi» ha detto. Soave lamenta anche le fratture nel fronte agricolo e avverte: «attenzione, perché le industrie si coalizzano contro i nostri interessi». Del sindaco di Santo Stefano Belbo, Luigino Icardi, che sulla questione Asti/Zonin ha assicurato il suo intervento per assicurare l’appoggio dell’associazione dei Comuni del Moscato.
Infine la questione legata al comitato per la preservazione dei sorì, cioè delle vigne storiche del moscato. Ancora Bosco lancia l’ennesimo allarme: «Stanno spopolandosi e i proprietari, anziani, vendono i diritti di impianto. Così c’è il rischio non solo di perdere produzioni di uve pregiate, ma anche, in mancanza di coltivazioni collinari, di aumentare enormemente il rischio idrogeologico della zona di produzione del moscato». Urge un finanziamento, perfino un marchio per cerare un super-cru di moscato delle colline storiche. Progetti e studi sono in corso.
In definitiva l’incontro se non altro ha confermato che il mondo del moscato è in eterna fermentazione, dando l’impressione – rilevata, come abbiamo visto, anche da qualificati osservatori esterni – di essere più impegnato nelle liti tra le fazioni che nella ricerca di un’unità vera, concreta e proficua per tutti o almeno per buona parte della filiera. E questo non è bello.
Sarebbe utile tutti facessero, non un passo indietro, ma di lato, per lasciare spazio ad altri, persino a quelli che la pensano diversamente da noi. Per evitare contrapposizioni estenuanti e negative per un prodotto che ha, al contrario, bisogno di una squadra vincente che ne tiri le fila, ognuno secondo il suo ruolo, ma con un unico obiettivo: fare goal, cioè vendere al meglio e far conoscere due vini, Asti docg e Moscato d’Asti docg, che sono unici, irripetibili. Fino ad ora.
Filippo Larganà (filippo.largana@libero.it)
A integrazione di quanto scritto da Filippo, voglio ricordare che il CTM, non è un’associazione, ma è un movimento d’opinione. Non partecipa alla paritetica, non può e non vuole decidere sulla questione Zonin, non può e non vuole decidere su chi abbia ragione sui reimpianti dei vigneti.
Le assemblee del CTM sono aperte a tutti e tutti: associazioni, sindacati, sindaci, singoli possono intervenire e prendere la parola.Se poi qualcuno snobba le nostre riunioni, la colpa non è nostra.
La settimana passata i mass-media hanno dato molto risalto all’assemblea. Il CTM ha sempre parlato chiaro è a sempre cercato ,con documenti alla mano , di far vedere i pro e contro di certe decisioni. Al CTM non interessa quanti vagoni ha il treno e di che colore sono questi vagoni. Al CTM non interessa a quante stazioni si ferma questo treno. Al CTM non interessa chi guida questo treno. Al CTM non interessa chi sistema le rotaie. Al CTM interessa dove vengono SISTEMATE LE ROTAIE, facendo parlare e ascoltando i posatori.
Buon Moscato d’Asti
giovanni bosco